Archivio per gennaio 2010

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L’uomo che verrà

31 gennaio 2010

Mi piace: il tema scritto da Martina, la piccola protagonista muta de L’uomo che verràCi sono i ribelli che vogliono uccidere i tedeschi. E i tedeschi che vogliono uccidere i ribelli. C’è sempre qualcuno che vuole uccidere qualcun altro, e io non so il perchè”. La guerra vista con gli occhi di una bambina è disarmante: un gioco stupido senza spiegazioni. Ma si sa, la verità è sempre disarmante. E a volte anche pericolosa. La maestra , infatti, consiglia alla mamma di Martina di bruciare il tema.

Non mi piace: le scelte di cartellone dei cinema. L’uomo che verrà è uscito da appena una settimana, ma è già irreperibile. In tutta la provincia di Vicenza solo tre sale lo proiettavano ancora.

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A scoppio ritardato

26 gennaio 2010

Mi piace: il caso letterario della scorsa estate. Zia Mame di Patrick Dennis, alias Edward Everett Tanner III. Qualcuno dice che sia stato sopravvalutato. Può essere, succede alla maggior parte dei casi letterari. Qualche critico ne parla bene, ed ecco che in un attimo si innesca il meccanismo del risparmio cognitivo, tipicamente estivo: il lettore non ha voglia di cercare cosa sfogliare sotto l’ombrellone, si fida della recensione, compra il libro di cui tutti parlano. Lo trova divertente, lo consiglia agli amici, lo regala ai parenti, sistema in una volta sola i compleanni di almeno cinque conoscenti facendo la figura di quello up-to-date che non se ne lascia scappare una. Aggiungiamoci un po’ di sapiente marketing editoriale e il gioco è fatto. Comunque, gonfiato o meno, Zia Mame è proprio un libro carino. Ironico, sagace, tagliente. E attualissimo, nonostante sia stato scritto nel 1955.

Non mi piace: averlo letto con sei mesi di ritardo. O meglio, con 55 anni di ritardo.

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Vertigo

26 gennaio 2010

Mi piace: Vertigine della lista, l’ultimo saggio di Umberto Eco. Questo blog, che proprio a una lista si ispira, non può non citare il libro in cui si dimostra come “la storia della letteratura di tutti i tempi sia infinitamente ricca di liste. Elenchi stesi per il gusto stesso dell’enumerazione, per la loro cantabilità o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire elementi privi di rapporto specifico”.

E’ proprio questo il bello delle liste. La giustapposizione illogica di una serie di fattori appartenenti a diversi campi semantici. L’accostamento immotivato, sottoforma di parole, di ricordi, immagini, persone, luoghi, momenti, quadri, melodie, suoni, film, odori, animali, cibi. L’accumulo di componenti che non potrebbero mai stare in uno stesso discorso perché non legate da relazioni coerenti. Eppure, proprio perché composita, la lista rappresenta uno spaccato fenomenale di una persona. La sequenza degli elementi ne tratteggia i gusti, ne rivela le sensibilità, ne suggerisce il carattere.

Non mi piace: il prezzo, il peso e la dimensione. L’ultimo saggio di Umberto Eco costa 39 euro. Passi, è stampato in pregiatissima carta patinata per far risaltare la miriade di immagini che contiene. Il problema è che pesa non meno di due chili e ha un formato simile ai cataloghi delle mostre. Perciò non può essere sfogliato fuori casa, non può essere appoggiato sulle ginocchia, non può essere trasportato al parco o in metropolitana o in aereo o in treno. Insomma è un libro da scaffale. Da meditazione domestica. Da bibliofilo, come piace al suo autore e meno alla sottoscritta.

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Thermae

24 gennaio 2010

Mi piace: il tepore della piscina esterna a 33 gradi, mentre la temperatura fuori dall’acqua non raggiunge lo zero. Il vapore che esce dai tombini delle cittadine termali. Le strade deserte, gli alberghi chiusi, il silenzio. Come al mare d’inverno.

Non mi piace: l’odore sulfureo che si appiccica alla pelle e non vuole saperne di andarsene.

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Haiku

22 gennaio 2010

Mi piace: gli haiku. Un quinario, un settenario, un quinario. Sembra facile. Tutt’altro. L’ebbrezza dell’ermetismo.

Cumuli d’ore

A ritmo di rotaia

Mesi, anni. In treno

 

Scivola il trolley

Freddo e fretta a Milano

Gradini e grate

Non mi piace: direi che si capisce che li ho scritti in treno. Direi proprio che non sono un granché.

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Treviso, sempre in gennaio

22 gennaio 2010

Mi piace: Treviso, borgo medievale baciato dal Sile. Nonostante la mia venetudine non ci ero mai stata. Strano, evidentemente non sono mai andata a vedere una delle tante mostre allestite nella Casa  dei Carraresi. Ah, nota di merito al radicchio trevigiano, dolce e polposo. Perfetto per condire il risotto, ma anche crudo in insalata. Un ammonimento: se vi spacciano per trevigiano un radicchio dalla forma allungata e poi scoprite che è amaro, vi hanno fregato. E’ un qualsiasi radicchio precoce. Grazie ad Alessio per la dritta. Grazie a Valentina per l’ospitalità, a Gabriella per la cucina meravigliosa e ad Alex per la casa-design. Ad Eleonora, grazie per la conversione da astemia a bevitrice di spritz!

Non mi piace: le famigliole trevigiane che mettono il Moncler ai bambini di tre anni. Per carità, niente contro il Moncler, anzi ne vorrei tanto uno. Però io di anni ne ho 25 e non crescerò più.

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Avatar

22 gennaio 2010

Mi piace: non essermi addormentata alla proiezione di Avatar. Venerdì sera, ore 22.30: era praticamente sicuro che mi sarei appisolata. Invece no, o meglio è successo solo per 10 minuti. Lo spettacolo imbastito da James Cameron è riuscito a farmi tenere gli occhi ben aperti. Il pianeta Pandora con la sua vegetazione, i suoi animali davvero minacciosi, i suoi abitanti alti, magri, muscolosi, capelloni e persino blu non potevano che attirare la mia attenzione. In realtà dietro i loro volti digitali cercavo disperatamente di scorgere le espressioni degli attori. Purtroppo ho un debole per quelli in carne e ossa. Quando ci sono riuscita, e ho capito che la tecnica performance capture funziona davvero bene, mi sono convinta a non lasciar calare le palpebre. Poi qualcuno mi ha detto che la stessa tecnica viene usata da anni per i videogiochi sportivi e che Gollum del Signore degli Anelli è stato realizzato proprio così. E allora mi sono chiesta dove stesse la grande rivoluzione tecnologica e registica che avrebbe cambiato la storia del cinema. Improvvisamente, un’illuminazione: è il marketing, bellezza!

Non mi piace: la trama del film, notoriamente banale. C’è il marine sparatutto, lo scienziato buono e incorruttibile, il protagonista che non avendo niente da perdere fa la scelta che nessuno si sarebbe aspettato (nessuno a parte il pubblico). Ma va bene così, non sono andata a vederlo per la trama. Ci sono andata per la tecnologia con cui è stato girato. Che bisogna ammetterlo, riciclata o meno, è stata comunque impeccabile.

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L’uomo nero

22 gennaio 2010

Mi piace: L’uomo nero, seconda prova di regia di Sergio Rubini. La prima, Colpo d’occhio, mi era piaciuta con riserva. In entrambe le pellicole è l’arte, anzi l’ossessione per l’arte, a fare da perno della storia. Ma se in Colpo d’occhio prevale l’intreccio amoroso, passionale, talvolta affettato, ne L’uomo nero lo sguardo narrante del protagonista bambino rende il racconto più delicato e autentico. Il piccolo Guido Giaquinto interpreta Gabriele Rossetti, figlio del capostazione Ernesto (Rubini) e dell’insegnante Franca (Valeria Golino). In questa famiglia pugliese anni ’60, di estrazione media, la vita scorre serena. Non fosse per le velleità artistiche del capofamiglia, pittore per diletto. Che si mette in testa di organizzare una sua mostra personale in paese. Il pezzo forte: una copia dell’Autoritratto con la bombetta di Paul Cézanne. Stroncato dal critico d’arte locale, Rubini esce di senno, rovina la festa di compleanno del figlio, litiga con parenti e amici. Gabriele cresce con l’idea di non voler assomigliare per nessun motivo a suo padre.

Oltre alla bellissima storia, anche il cast è eccellente: spicca una Valeria Golino intensissima, che regala al suo personaggio i gesti, gli sguardi, le preoccupazioni di una mamma amorevole e di una moglie innamorata nonostante le stranezze del marito. Niente male nemmeno Riccardo Scamarcio, protagonista in Colpo d’occhio e qui comprimario, che interpreta un simpatico zio pelandrone e rubacuori. Rubini bravo, anche se sempre uguale a se stesso. Straordinario, invece, Guido Giaquinto nel ruolo del bimbo protagonista, che da adulto, con il volto di Fabrizio Gifuni, ripercorrerà la storia della sua famiglia riconciliandosi con il ricordo del padre.

Non mi piace: l’interpretazione di Anna Falchi. Poveretta, ci ha provato a fare l’accento romagnolo. Non ci è neanche riuscita male. Ma con una collega come Valeria Golino a farle da controparte femminile, non poteva che essere inghiottita dall’abisso di bravura che le separa.

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Good news

13 gennaio 2010

Mi piace: la semplicità disarmante del tassista che a New York ha restituito 13mila euro a una turista rifiutando la ricompensa. “Quando avevo 5 anni mia mamma mi disse: sii onesto e lavora sodo, e salirai di livello”. Mukul Asaduzzaman, originario del Bangladesh, è sicuramente un ragazzo obbediente. Quando nel suo taxi ha trovato una borsa con tutti quei soldi ha fatto esattamente quello che gli aveva insegnato sua madre. Ha preso l’indirizzo della proprietaria, un’italiana di 72 anni, ha guidato per 80 km e l’ha raggiunta a casa sua. Non l’ha trovata subito, ha lasciato un biglietto ed è tornato più tardi. Quando lei, incredula, gli ha offerto una ricompensa lui deve averla guardata in modo interrogativo, come a chiederle: “E perchè mai?’”. Mukul studia Medicina, fa il tassista per arrotondare. Credo proprio che diventerà un bravo medico.

Non mi piace: che a me una cosa del genere non sia mai successa. L’unico oggetto che ho lasciato incustodito, una giacca di pelle in un locale milanese, non è mai più tornato indietro….. 

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Mi voti? Ma sicuro che mi voti?

9 gennaio 2010

Mi piace: Swing vote, uno di quei film mediocri con cast più che discreto (Kevin Kostner, Dennis Hopper, Stanley Tucci) in cui mi sono imbattuta durante l’ozio natalizio tra i canali di Sky. E’ una caricatura delle elezioni americane e dei programmi che democratici e repubblicani creano ad hoc per l’appuntamento alle urne. Programmi che, stando alla pellicola, vengono completamente stravolti dai due partiti pur di ottenere il voto decisivo, quello di Bud Johnson (Kostner), texano indolente che per una serie di coincidenze si trova a essere l’ago della bilancia dello scrutinio presidenziale. Completamente disinformato sui temi di attualità, Bud diventa l’uomo più intervistato d’America e ogni sua opinione, spesso sconclusionata, balza in testa alle priorità dei due schieramenti. I repubblicani finiscono così per parlare di ecologia e ambiente mentre i democratici sparano a zero su aborto e immigrazione. Una situazione  paradossale portata all’estremo dalla fiction, ma per certi versi simile alla confusione ideologica tra maggioranza e opposizione che sta sperimentando l’Italia. Basti pensare all’economia sociale di mercato sostenuta da Tremonti, ben lontana dal liberismo tradizionale del centro destra. O alla proposta di dare la cittadinanza agli stranieri nati in Italia e il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da oltre 5 anni, molto caldeggiata da Fini. O alla vicinanza ai problemi di welfare dimostrata dalla Lega, che nel 2008 ha eroso l’elettorato di Rifondazione comunista al nord. Insomma, il centro-destra sta portando via le idee al centro-sinistra. Che a differenza dei democratici americani del film, tace.

Non mi piace: parlare troppo di politica. Ora smetto.

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