
L’uomo nero
22 gennaio 2010
Mi piace: L’uomo nero, seconda prova di regia di Sergio Rubini. La prima, Colpo d’occhio, mi era piaciuta con riserva. In entrambe le pellicole è l’arte, anzi l’ossessione per l’arte, a fare da perno della storia. Ma se in Colpo d’occhio prevale l’intreccio amoroso, passionale, talvolta affettato, ne L’uomo nero lo sguardo narrante del protagonista bambino rende il racconto più delicato e autentico. Il piccolo Guido Giaquinto interpreta Gabriele Rossetti, figlio del capostazione Ernesto (Rubini) e dell’insegnante Franca (Valeria Golino). In questa famiglia pugliese anni ’60, di estrazione media, la vita scorre serena. Non fosse per le velleità artistiche del capofamiglia, pittore per diletto. Che si mette in testa di organizzare una sua mostra personale in paese. Il pezzo forte: una copia dell’Autoritratto con la bombetta di Paul Cézanne. Stroncato dal critico d’arte locale, Rubini esce di senno, rovina la festa di compleanno del figlio, litiga con parenti e amici. Gabriele cresce con l’idea di non voler assomigliare per nessun motivo a suo padre.
Oltre alla bellissima storia, anche il cast è eccellente: spicca una Valeria Golino intensissima, che regala al suo personaggio i gesti, gli sguardi, le preoccupazioni di una mamma amorevole e di una moglie innamorata nonostante le stranezze del marito. Niente male nemmeno Riccardo Scamarcio, protagonista in Colpo d’occhio e qui comprimario, che interpreta un simpatico zio pelandrone e rubacuori. Rubini bravo, anche se sempre uguale a se stesso. Straordinario, invece, Guido Giaquinto nel ruolo del bimbo protagonista, che da adulto, con il volto di Fabrizio Gifuni, ripercorrerà la storia della sua famiglia riconciliandosi con il ricordo del padre.
Non mi piace: l’interpretazione di Anna Falchi. Poveretta, ci ha provato a fare l’accento romagnolo. Non ci è neanche riuscita male. Ma con una collega come Valeria Golino a farle da controparte femminile, non poteva che essere inghiottita dall’abisso di bravura che le separa.